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Le origini di quella che può essere definita l’”antesignana” della plastica si possono far   risalire al 1835, quando H. Regnault ottiene la prima sostanza basata sul principio della polimerizzazione, il PVC. Nel 1846 lo svizzero Frederick Schoenbein isola il primo polimero artificiale, il nitrato di cellulosa, un composto chimico che imita l’ambra. Il 1862 è un anno decisivo per lo sviluppo delle materie plastiche; in quest’anno, infatti, la fabbrica statunitense Phelan & Collander, produttrice di biliardi e palle da biliardo, allora molto costose e non sempre perfettamente sferiche, mette in palio 10.000 dollari per chi avesse proposto un sostituto soddisfacente dell’avorio, che tra l’altro cominciava a scarseggiare. Li vince Alexander Parkes, di Birmingham, che sintetizza la nitrocellulosa (nitrato di cellulosa più canfora), un nuovo materiale che poteva essere "usato allo stato solido, plastico o fluido, (che) si presentava di volta in volta rigido come l'avorio, opaco, flessibile, resistente all'acqua, colorabile e si poteva lavorare all'utensile come i metalli, stampare per compressione, laminare". A tale materia lui dà il nome di Parkesina (o Parkesine). Analoghe sollecitazioni per la ricerca di nuovi materiali spinge un giovane tipografo di Starkey, John Wesley Hyatt, a seguire le orme di Parkes; a partire dal 1863, questi si butta a capofitto nella ricerca dell' "avorio artificiale" o comunque di un qualsiasi nuovo materiale capace di soddisfare le richieste delle industrie. Intorno al 1869 ottiene successo sviluppando un metodo per la lavorazione a pressione della pirossilina, una nitrocellulosa a bassa nitrazione plastificata con canfora e con una ridotta quantità di solvente alcolico. Nasce così la celluloide con un brevetto depositato il 12 luglio 1870.

Questa materia plastica artificiale ottiene un notevole successo commerciale, nonostante sia facilmente infiammabile e soggetta a deterioramento se esposta alla luce; uno dei suoi primissimi impieghi è sperimentato dai dentisti, felici di sostituire con essa la gomma vulcanizzata, allora molto costosa, usata per ottenere le impronte dentarie.Il marchio così depositato da Hyatt continua ad avere molta fortuna negli anni successivi così da diventare un nome comune per designare, in generale, le materie plastiche a base di cellulosa e non soltanto quelle.

 
Nel 1889 George Eastman riesce ad utilizzare la celluloide per fare pellicole fotografiche e nei decenni successivi sono introdotte altre materie plastiche, tra le quali le prime di tipo interamente sintetico, dette resine fenoliche o fenoplasti. Nel 1909, infatti, il chimico belga-statunitense Leo Hendrik Baekeland fa reagire fenolo e formaldeide, prodotti sintetici ricavati dalla distillazione del carbone, e ottiene un prodotto resinoso che diventa plastico per riscaldamento e in queste condizioni può essere compresso in stampi per ottenere oggetti di varia forma. Prolungando il riscaldamento nello stampo, il materiale indurisce e mantiene permanentemente la forma che gli è stata data. È l’entrata in scena di un nuovo materiale, che per circa mezzo secolo dominerà il mondo delle materie plastiche e dischiuderà ad esse una quantità enorme di applicazioni in tutti i settori della tecnologia industriale, la Bakelite. Durante lo stesso periodo, vengono introdotti i polimeri sintetici come il rayon, prodotto dai derivati della cellulosa. Nel 1920 si verifica un avvenimento che determinerà il futuro sviluppo delle materie plastiche. Il chimico tedesco Hermann Staudinger contesta le teorie correnti sulla natura delle sostanze polimeriche come composti di associazione tenuti insieme da valenze secondarie e propone per i polimeri sintetici dello stirene e della formaldeide e per la gomma naturale le formule a catena aperta che oggi sono accettate da tutti. Attribuisce le proprietà colloidali degli alti polimeri esclusivamente all'elevato peso delle loro molecole, proponendo di chiamarle macromolecole. Negli anni Venti e Trenta sono introdotti molti nuovi materiali, tra cui il cloruro di polivinile (PVC), usato per produrre tubi, pannelli di rivestimento e guaine isolanti per cavi elettrici, e le resine ureiche, usate per produrre vasellame e per applicazioni elettriche. È degli anni venti la scoperta della formica, laminato plastico a base di urea, fenolo, formaldeide (e carta kraft), utilizzata nell’arredamento, mentre nel 1935 Gibson e Fawcett mettono a punto il Polietilene.
Una della materie plastiche più conosciute tra quelle che sono sviluppate in questo periodo è il metilmetacrilato polimerizzato, brevettato in Gran Bretagna come perspex e noto anche come plexiglas o lucite (messo a punto da tecnici dell’aeronautica nel 1948). Questo materiale ha eccellenti proprietà ottiche ed è adatto per produrre lenti da occhiali, obiettivi fotografici e materiale per l’illuminazione stradale e pubblicitaria. Le resine polistireniche, derivate dal polistirene o polistirolo, prodotto commercialmente per la prima volta intorno al 1937, sono caratterizzate da alta resistenza all’alterazione chimica e meccanica a basse temperature e dall’assorbimento contenuto di acqua. Queste proprietà le rendono particolarmente adatte soprattutto per la produzione di materiale per l’isolamento dalle frequenze radio e per accessori di apparecchi, macchine e strumenti usati in condizioni di basse temperature, come gli impianti di refrigerazione e gli aeroplani progettati per voli ad alta quota.
 

Un'importante spinta allo sviluppo delle materie plastiche giunge durante la Seconda Guerra Mondiale, quando si rese necessario fornire alternative sintetiche a quelle sostanze naturali (ad. es. la gomma) che scarseggiavano o le cui fonti di approvvigionamento venivano boicottate. I Poliuretani, scoperti nel secolo precedente e sviluppati nei laboratori della AG Farben da Otto Bayer dal 1938, sono allora utilizzati in sostituzione delle gomme naturali (per ricoprire i palloni frenati che proteggevano Londra dalle incursioni delle V1 e V2) e come schiume isolanti nei sottomarini e negli aerei tedeschi. La crescita di questo settore in Italia è stata sorprendente, soprattutto nel corso degli anni Cinquanta. La maggiore industria italiana in questo campo è la Sandretto Industrie, nata nel 1946 con presse per termoindurenti e passata successivamente alla produzione di macchine per l'iniezione. Nel 1938 Wallace Hume Carothers produce il Nylon, la più importante fibra tessile artificiale che si ottiene per condensazione dell'acido adipico da solo (Nylon 6) o con esametilen-diammina (Nylon 6.6); durante la guerra negli Stati Uniti esso diventa la principale fonte di fibre tessili, e in questo periodo sono usati i poliesteri  nella fabbricazione di blindati e di altro materiale bellico. Nello stesso anno appare anche il politetrafluoroetilene (PTFE), che sarà brevettato come Teflon® nel 1950 e quindi commercializzato con questo nome.
Lo slancio scientifico e tecnologico nell’industria delle materie plastiche continua nel dopoguerra. Di particolare interesse sono i progressi dei materiali da costruzione come i policarbonati, gli acetati e i poliammidi. Nel 1953 il chimico tedesco Karl Ziegler introduce il polietene, originariamente noto come polietilene (PE), e l’anno successivo il chimico italiano Giulio Natta sviluppa il polipropene, o polipropilene (PP), isotattico, brevettato e commercializzato come moplen; esso si rivela subito un polimero di grande importanza industriale e la sua produzione aumenta rapidamente in tutto il mondo, particolarmente negli Stati Uniti. Nel 1963 Ziegler e Natta ottengono il premio Nobel per la chimica per i loro studi sui polimeri.
Dopo la scoperta del PVC, del polietilene, delle poliammidi (Nylon), del polistirene, la migliore conoscenza dei meccanismi di polimerizzazione contribusce negli ultimi venticinque anni alla nascita di altri materiali plastici dotati di caratteristiche fisico meccaniche e di resistenza al calore così elevate da consentire di sostituire i metalli anche in quegli impieghi che un tempo erano considerati di loro esclusiva pertinenza. Questi materiali vengono anche chiamati tecnopolimeri o polimeri per ingegneria; tra essi possiamo ricordare il policarbonato, il polimetilpentene, le resine acetaliche, il polifenilene ossido, gli ionomeri, i polisolfoni, il polifenilene solfuro, il polibutilentereftalato. Oggi il policarbonato è considerato un tecnopolimero con prestazioni superiori alla media ed è usato, fra l'altro, per produrre i caschi spaziali degli astronauti, le lenti corneali che sostituiscono gli occhiali, gli scudi antiproiettile.
Il polimetilpentene o TPX è un composto individuato e polimerizzato da Giulio Natta ma sviluppato successivamente dalla ICI; esso resiste ottimamente alla sterilizzazione e ha una perfetta trasparenza. Anche le poliammidi si mantengono stabili se vengono sottoposte per periodi molto lunghi a temperature dell'ordine di 300°C. Queste resine termoindurenti possono dare un'idea del livello di prestazioni raggiunte ormai dalle materie plastiche quanto a resistenza meccanica, termica e alla fatica. Esse infatti hanno sostituito i metalli speciali nella produzione di palette per turbine di aerei e altre parti dei motori degli aviogetti e nella produzione di pistoni e fasce elastiche per automobili.
 

Dalla vecchia cara celluloide di Hyatt, materiale sostitutivo di sostanze più nobili e pregiate che s'infiammava come uno zolfanello e magari esplodeva, siamo arrivati in poco più di cento anni a questi superpolimeri per molti aspetti superiori ai metalli, alla ceramica e ai materiali tradizionali e quindi ormai insostituibili negli impieghi più avanzati della tecnologia moderna.
La storia dei polimeri va di pari passo con il perfezionamento delle tecnologie di trasformazione che consentono di tramutare un pugno di granuli, una manciata di polvere o un barattolo di liquido in un oggetto finito dotato di una forma e capace di assolvere a una funzione precisa. Da quando la prima Bakelite è stata scoperta, il nostro rapporto con la realtà quotidiana è mutato profondamente: si era trovato un materiale duttile, flessibile a più utilizzi, possibile da produrre a livello industriale.
La enorme flessibilità della plastica e la continua ricerca in questo campo fanno sì che la storia delle materie plastiche sia ancora tutta da scrivere. L'Italia è uno dei maggiori produttori del mondo di macchine per materie plastiche, seguendo per volume di produzione la Germania e gli Stati Uniti.
 
 
 
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