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Accordo decennale con PTi nella costruzione di linee per foglie PET e PLA.
Accordo decennale con PTi nella costruzione di linee per foglie PET e PLA.
La Luigi Bandera di Busto Arsizio, Varese, ha stretto un'alleanza strategica negli USA con il costruttore di impianti di estrusione Processing Technologies International (PTi). Obiettivo dell'accordo, la fornitura sul mercato nordamericano di linee complete per la produzione di foglie in acido polilattico (PLA) e PET senza necessità di pre-essiccamento. Tecnologia diffusa in Europa, ma relativamente misconosciuta oltreoceano. Gli impianti commercializzati negli Stati Uniti utilizzeranno la tecnologia HVTSE (High Vacuum Twin Screw Extruder), brevettata dall'azienda italiana, che consente l'estrusione diretta di PET senza la necessità di una preventiva deumidificazione e cristallizzazione del materiale. L'estrusore bivite corotante Bandera sarà completato con attrezzature di fine linea, quadri elettrici e sistemi di controllo forniti da PTi. Le due società hanno deciso di avviare entro fine anno una linea di estrusione dimostrativa presso la sede di PTi, ad Aurora (Illinois), per mostrare ai clienti le possibilità operative della tecnologia Bandera in condizioni reali di utilizzo. "Abbiamo stabilito un accordo di esclusiva decennale sui mercati nordamericani (Stati Uniti, Canada e Messico) per l'implementazione della nostra tecnologia HVTSE nelle linee per l'estrusione di foglie realizzate e commercializzate da PTi", conferma Andrea Rigliano, responsabile Vendite e marketing di Bandera. "Questa partnership potrebbe preludere ad altri accordi in futuro - aggiunge Rigliano - Per esempio per la commercializzazione sul mercato americano delle nostre linee film a cinque strati per applicazioni agricole e geomembrane". Fino ad oggi Bandera ha venduto un'ottantina di impianti HVTSE in Europa, Medio Oriente e Asia-Pacifico.
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In difesa degli oxo-degradabili
I produttori di additivi replicano al Bioplastics Council: “anche le oxo-biodegradabili sono bioplastiche”. Non si è fatta aspettare la replica dei produttori di additivi oxo-biodegradabili al documento pubblicato nei giorni dal Bioplastics Council, gruppo d'interesse che riunisce i produttori di biopolimeri in seno all'associazione statunitense Society of the Plastics Industry. La replica arriva dalla britannica Symphony Environmental, la quale afferma che tutte le plastiche nel lungo periodo degradano e biodegradano e che gli additivi oxo-degradabili non fanno che accelerare questo processo, con benefici per l'ambiente qualora i manufatti a fine vita non siano avviati a riciclaggio. Non si tratta quindi di nuovi materiali, ma di miglioramenti di materiali esistenti. Symphony sottolinea poi che le tesi del gruppo americano sono le stesse propagandate la scorsa estate da European Bioplastics, anche perché alcuni produttori di biopolimeri fanno parte di entrambe le organizzazioni. Tesi per altro confutate – a detta di Symphony – dal Prof. Gerald Scott, professore emerito di Scienza dei Polimeri presso la Aston University e chairman del comitato sulla biodegradabilità delle bioplastiche presso il British Standards Institute. Lo scienziato britannico non sarebbe d'accordo sul mero effetto di frammentazione operato dagli additivi oxo-biodegradabili, in quanto le formulazioni sarebbero in grado di ridurre il peso molecolare dei polimeri (le normali plastiche di origine petrolchimica) fino a consentire la completa degradazione da parte di funghi e batteri. Symphony controbatte, tacciandola di non avere fondamenti scientifici, anche la tesi che le plastiche degradabili o biodegradabili incoraggino il 'littering', ovvero l'abbandono dei rifiuti, o che i piccoli frammenti prodotti dall'attività ossidativa siano più pericolosi di miliardi di altre particelle presenti nell'ambiente. Symphony sposta poi l'attenzione sulle problematiche connesse alla produzione e all'impiego di bioplastiche di origine vegetale in termini di impatto ambientale (petrolio ed emissioni di gas serra necessari per la coltivazione delle piante), maggiori costi, difficoltà di trasformazione, impossibilità di riciclo insieme con altre plastiche, confusione tra compostaggio industriale e domestico. In tema di rispondenza alle norme tecniche internazionali sulla biodegradabilità, afferma che l'industria delle bioplastiche da risorse rinnovabili è impegnata a bloccare la creazione di uno standard europeo, analogo all' ASTM D6954, per le plastiche oxo-biodegradabili, “agendo non nell'interesse dei consumatori, ma perseguendo propri interessi commerciali”; in particolare, si vogliono applicare gli standard sulla compostabilità, più rigidi, anche ai materiali non destinati specificatamente al compostaggio. Symphony ricorda infine che esiste uno standard CEN sulla oxo-degradazione (TR15351) che definisce il processo, e conclude affermando che “le plastiche oxo-biodegradabili sono bioplastiche”. Affermazione, quest'ultima, che sicuramente non piacerà ai produttori di biopolimeri.
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Sugli 'oxo' ancora polemiche
SPI Bioplastics Council pubblica un documento critico sugli additivi oxo-degradabili e oxo-biodegradabili. Non si placano le polemiche, tutte interne al mondo delle materie plastiche, tra i produttori di biopolimeri e i fornitori di additivi che aggiunti ai convenzionali polimeri di origine petrolchimica ne accelerano, mediante ossidazione, la degradazione in suolo, non arrivando però alle condizioni di biodegradazione e compostabilità previste ad esempio dalla norma europea EN 13432 o da alcuni standard ASTM riconosciuti a livello internazionale . SPI Bioplastics Council, il gruppo che all'interno dell'associazione statunitense delle materie plastiche (SPI, Society of the Plastics Industry) rappresenta i principali produttori di polimeri biodegradabili da risorse rinnovabili o petrolifere (Arkema, BASF, Cereplast, DuPont, NatureWorks LLC, PolyOne, Teknor Apex e Telles), ha pubblicato un “position paper” nel quale condivide le posizioni sugli oxodegradabili già espresse nel luglio scorso da European Bioplastics. In particolare, il documento sottolinea la mancanza di evidenze scientifiche in merito alla reale biodegradabilità dei materiali additivati con prodotti oxo-degrabili o oxo-biodegradabili, come invece affermano i fautori di questa tecnologia. Bioplastics Council sottolinea la confusione che può ingenerare il termine oxo-biodegradabile, lasciando intendere che questi materiali giungano ad una rapida e completa biodegradazione (ovvero la trasformazione del materiale in acqua e CO2), in determinate condizioni, mentre – afferma il documento – il principale effetto dell'ossidazione è la mera frammentazione della catena polimerica in minute particelle che permangono nell'ambiente per un tempo indefinito. Risultato, quest'ultimo, che non soddisferebbe gli standard internazionali in tema di biodegradabilità. Tanto che l'associazione propone di adottare, per questi prodotti, il termine di “oxo-fragmentable”, ovvero ossido-frammentabili. “Bioplastics Council ha rilasciato questo documento perché le società che ne fanno parte credono che sia dovere dell'industria fornire dati trasparenti e supportati da basi scientifiche, tali da garantire che i prodotti rispondano ai requisiti delle diverse opzioni di gestione rifiuti a fine vita, inclusi compostaggio, compostaggio domestico, degradazione in acqua, nel suolo e nei mari”, ha commentato Melissa Hockstad, SPI vice presidente del Material Suppliers Council.
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